L'unificazione metrologica le vicende non concluse di un complesso percorso storico e geografico
Curatela
Data di Pubblicazione:
2013
Abstract:
È legittimo pensare che tutte le culture, fin dalle loro origini, prima ancora di codificare simbolicamente i numeri abbiano imparato a contare e misurare. Un bastone particolarmente liscio e dritto poteva costituire una unità di misura per realizzare un edificio: l'ingresso largo un bastone e alto due, il corridoio lungo dieci bastoni e la sala, circolare, di diametro venti bastoni. Il bastone veniva riportato più volte in sequenza al suolo e si determinava così la misura; il dato era poi memorizzato incidendo delle tacche su un pezzo di legno o di osso. Ciò consentiva al costruttore di riprodurre l'edificio, se ben riuscito, in un altro contesto.
Molti possono essere gli esempi di costruzioni che hanno in sé una unità di misura che si ripete, con i suoi multipli, nelle diverse parti dell'edificio. Raramente questa unità si riscontra in altri edifici simili, ciò consente di affermare che nelle società più primitive ogni costruttore aveva la sua unità di misura, il suo bastone.
Quando però si è passati dalla libera e autonoma costruzione a costruzioni su commissione, quindi alle società più organizzate con una specializzazione dei diversi soggetti, si son dovute codificare e uniformare le unità di misura. Il committente chiedeva che venisse realizzato un ingresso di una data larghezza e altezza, un corridoio lungo una certa misura e la sala, circolare, doveva avere un ben preciso diametro. Il libero arbitrio metrologico non era più accettabile. Questo passaggio può essere visto come un primo abbozzo di unificazione metrologica che, in qualche modo, si riscontra all'interno di ogni civiltà, ma che solo in pochi casi si è diffuso alle civiltà contigue, nello spazio e nel tempo, soppiantando o integrando i sistemi metrologici preesistenti.
Gli esempi che a promuovere l'unificazione metrologica non sia stata la cultura ci vengono dalla Grecia Classica e dall'Islam: civiltà che hanno posto le basi della conoscenza, filosofica prima e scientifica poi, ma incapaci di quel pragmatismo necessario a stabilire regole pratiche, utili nel lavoro quotidiano e nel commercio.
Ai Greci interessava la speculazione filosofica che ha portato, in alcuni casi, a scappatoie nella interpretazione dei fenomeni fino a ritenere inutile, perché superata dalla logica, la loro misura. Un esempio per tutti. Aristotele (Stagira, 384 a.C. o 383 a.C. - Calcide, 322 a.C.) elabora la nozione di causa finale, per cui negli organismi e nella materia è insito l'istinto di ricercare i propri fini. Egli ammette altre cause: la causa materiale e la causa effettiva, che forniscono il supporto materiale e fanno operare le cose, ma le considera entrambe inferiori alla causa finale: è nella natura dell'uccello volare nell'aria, del pesce nuotare nell'acqua. Questo è il fine degli uccelli e dei pesci [ ]: e più non domandare. Che i Greci considerassero poco nobile le misure è dimostrato dal fatto che il dio di queste era Ermes che fra le altre cose (messaggero degli dèi, protettori degli atleti ecc.) era anche dio del commercio, dell'astuzia e protettore di ladri e bugiardi.
È difficile valutare l'apporto originale degli studiosi islamici, che assorbirono la cultura greca e la riproposero sia pure non pedissequamente. In ogni caso la scienza islamica, come quella medievale, fu penalizzata dall'eccesivo rispetto per le opere greche e in particolare per quelle di Platone e di Aristotele.
È con l'avvento degli Abbasidi, che da Baghdad governarono il mondo islamico fra l'VIII e il XIII secolo, che fra il 754 e l'861 si ebbe un breve periodo in cui la scienza fu favorita. Vi fu poi un lungo periodo di decadenza in cui gli scienziati si trovarono in situazioni sempre più precarie e costretti ad emigrare in Persia, in Asia Centrale, in Spagna.
Il fa
Tipologia CRIS:
03.12 Curatela di monografia/trattato scientifico
Elenco autori:
Benincasa, Fabrizio
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